Un Nuovo Concept per la Cucina e i suoi Elementi. di Alfredo Häberli, designer

Questo testo è solo il modesto inizio di un tema infinito. Ogni volta che comincio a lavorare su un tema nuovo, molte immagini affollano la mia mente. Sono immagini della mia infanzia o comunque legate a esperienze vissute: provengono soprattutto dalla mia collezione privata. Sono emozioni che riesco a spiegare solo in un secondo tempo.

Sempre le mie ricerche interessano un contesto molto ampio rispetto al tema centrale del progetto, perché per me il progettare è la conseguenza di un’evoluzione naturale, il rispetto dell’esistente che non ho la pretesa di soppiantare ma piuttosto di completare. Ricordo che, appena sentivamo il campanello della cucina, noi quattro fratelli correvamo frenetici a tavola, come se potesse mancare un posto a sedere e si rischiasse di restare in piedi. Ma erano la fame e il profumo che si sentiva per tutta la casa a far brontolare il nostro stomaco. In un certo senso tutti noi consideravamo un privilegio la certezza di poter controllare sempre, anche se solo con un’occhiata, la cucina. Eppure sin da piccolo conoscevo il talento di mia madre, capace di cucinare bene sia per sei sia per sessanta persone. Non c’è quindi da stupirsi se mio padre si licenziò dal suo posto di dirigente di una succursale di una ditta di cucine per aprire con lei un ristorante.

Anche lì la cucina industriale e la stanza per la preparazione delle portate erano il nostro soggiorno. Intorno al tavolo rotondo si facevano i compiti, si disegnava, si mangiava ma si preparavano anche i pasti. Al mattino io preparavo il mate argentino e, finché l’acqua non cominciava a bollire, suonavo la batteria, con i mestoli di legno sui pentoloni: alcuni emettevano un suono cupo, altri stridulo e chiaro.
Lo strumento più divertente erano i coperchi. La frusta produceva il suono di un sonaglio.

Anche nella cucina dell’hotel dei miei nonni non era diverso. Tutto era più arcaico. A un locale di 25 metri quadrati seguiva, formando una L, uno spazio con una cucina a gas. Un trogolo per lavare, degli scaffali a vista per le pentole, le spezie e le verdure, un tavolo grande (1.5 per 3 metri), con una panca stretta e tre sgabelli. Era tutto quello che c’era. La finestra sopra la cucina garantiva la ventilazione e allo stesso tempo permetteva di vedere l’entrata. A parete c’erano la caldaia a gas e un orologio. La radio per il radiogiornale d’obbligo si trovava sul tavolo di legno. Sul tavolo – uno solo per tutti gli usi – si preparavano i ravioli, si puliva la verdura, si tagliava la carne.
Mettendo la panca e gli sgabelli sotto il tavolo, le mie Matchbox avevano un meraviglioso grande spazio e potevo correrci intorno. Ma in questo spazio si cuciva anche, e il tavolo diventava la pedana per la prova degli abiti. Era provvisto anche di un cassetto che conteneva tutto, tutti gli strumenti per tutte le attività. Era come un cilindro magico, rettangolare, con una maniglia in lamiera. La tavola in legno massiccio aveva i segni dovuti all’uso, ma ciò non aveva mai dato fastidio a nessuno. Questi segni raccontavano storie che ricordo ancor oggi.

Ma perché chiamavamo cucina questa stanza? Era piuttosto uno spazio vitale. Osservata dal punto di vista attuale la cucina di mia nonna (era il suo mondo) ricorda lo studio di Constantin Brancusi. La materialità, il colore, l’ordine. Come definisce il suo territorio uno chef? Che rapporto aveva mia nonna con le padelle? Con il tagliere o i coltelli? Ero ben conscio dell’importanza che aveva il suo libro di ricette scritte a mano, con i segreti dei piatti tramandati in famiglia. Anche oggi mia madre ha il suo libro di cucina personale. Una volta imitai una salsa per gli spaghetti «alla puttanesca» che avevo assaggiato in un ristorante zurighese, le piacque tanto che la annotò subito
nel suo libro. Tutti questi momenti, queste osservazioni sono personali, ma per me osservare è la forma più bella di pensare. Credo che nella mia vita ho passato più tempo in cucina che in soggiorno o in camera da letto.

Le prime immagini si mescolano con le considerazioni progettuali. Si potrebbe sostituire il tavolo con un banco di lavoro? Ci si potrebbe giocare anche a pingpong? La cucina non è sempre anche l’anima della casa? In quale altro spazio siamo veramente noi stessi? In garage, in bagno, in camera da letto? Perché non mangiare distesi o facendo il bagno? Avere un divano in cucina? Che possibilità ci sono per mettere in relazione il bagno con la cucina? Perché non prendere l’aperitivo in cucina e poi mangiare in soggiorno intorno al caminetto?

Ormai si è già sperimentata l’apertura della cucina sul soggiorno, ma perché non in una qualsiasi altra direzione che possa coinvolgere i nostri sensi? Verso il garage per esempio? Verso il balcone o la terrazza? Il soggiorno finirà per essere così piccolo come lo è oggi la cucina e sarà usato solo per vedere la tv, o il blocco cucina sarà come un focolare attorno al quale ci si accomoda? Cosa succede al centro dello
spazio? Si può sviluppare l’idea di espandere la cucina in verticale? Una cucina a più piani o una cucina a forma di torre? E l’arte, perché non teniamo quadri e sculture in cucina? Rimane solamente il soffitto? Cosa omettiamo? Cucinare non è creare in 3D con molti odori, sapori, rumori e tenendo conto del tempo? Oppure si vuole diminuire il dispendio di lavoro?

Dobbiamo porci le domande corrette, perché a mio avviso in esse c’è un gran potenziale da far emergere. Come designer desidero delle idee dal carattere forte, un nuovo punto di vista su una funzione ben nota o la riscoperta di un tema.
Sono convinto di generare piccole invenzioni e di creare cose inconfondibili, di poter portare nella cucina tematiche completamente nuove, ma senza dimenticare elementi ben conosciuti.

Alfredo Häberli
per gentile concessione
Abitare, n. 479/ febbraio 2008

http://www.alfredo-haeberli.com








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